Contingente Libero
corrente alternata nelle vene
semi portati dal vento
in terre lontane e sole
fragile ombrello
delicatamente tenuto dritto
ostacolo fittizio
alla furia del tempo
si accende quella luce
e trasparente diventa
quel solido muro di certezze
domande irrisolte
fuggono libere
da quella porta spalancata
momento contingente
senza regole
nè costrizione ordinamento
Prefazione a Contingente libero di PLINIO PERILLI
«L’importanza che la nozione di An-denken, di ri-memorazione, assume nelle opere dell’ultimo Heidegger» spiega Gianni Vattimo nel suo serrato saggio ermeneutico La fine della modernità «nelle quali il pensiero post-metafisico si definisce come rimemorazione, ripresa, ripensamento ecc., lo avvicina in modo sostanziale al Nietzsche della filosofia del mattino. (…) Il risalimento della storia della metafisica che Heidegger opera sempre di nuovo nei suoi scritti successivi alla svolta che la struttura del regressus in infinitum, emblematicamente caratteristico della ricostruzione etimologica. Questo risalimento non ci conduce in nessun luogo, se non a ricordarci dell’essere come di quello da cui abbiamo sempre preso congedo.»
Ho sempre pensato a questo doloroso, ingarbugliato eppur ricco fine-Secolo, come a una doverosa fase di ri-memorazione, di ri-pensamento – Vattimo, e con lui Heidegger, mi prestano il teoretico, corroborante termine di risalimento… È tempo sì di bilanci, ma soprattutto di ripassare, e segnare finalmente all’attivo, la grande lezione storica, espressiva, etica, linguistica, di questo affollato e controverso Novecento, che davvero ripercorriamo a ritroso, dal decadentismo al futurismo, dal “ritorno all’ordine” all’esistenzialismo, dal teatro dell’assurdo alla “scuola dello sguardo”, dall’antiromanzo francese ai nostri “Novissimi”, dall’Informale al Postmoderno – insomma, miscela propulsiva, e talvolta anche alienante, ozioso “zapping” culturale di tante, forse troppe avanguardie… Ma un Secolo – anzi un Millennio – si chiude, ci azzererà le estetiche e i computer; le rimembranze culte ed i progetti disperati di Futuro. E nulla più resta o resterà come prima, aulico e perfino trasgressivo che sia e sia stato. La poesia, in particolare, esige ripensamenti ma anche incrollabile dedizione, una militanza interiore e formale che nessun calendario o computer può indurci a trascurare, a dismettere.
Leggo oggi le ultime liriche – quattro articolati e accaniti poemetti di Sante De Pasquale (romano, classe ‘63), un ancor giovane intellettuale bravamente interessato e intriso d’un prezioso e convinto multiculturalismo, capace di conciliare e trasferire con talento e precisione espressiva una aggiornata voglia di multimedialità negli esiti cadenzati e prospettici della sua scrittura in versi.
Contingente libero, il primo componimento, e che dà il titolo al libro, suggerisce una dizione che ha una valenza anche militare: ma il gioco delle allusioni, delle evocazioni o delle metafore, rimanda appunto al campo aperto, all’agone dissipato e pugnace del nostro secolo, su cui ognuno proietta, come una lunga ombra contornata dal nostro carattere, dalla scelta di percorso, dall’inseguita e perseguita illuminazione artistica, la parabola, perfino stilistica, del proprio destino:
cosa lontana
piena di sguardi
attenti e sognanti
misurata con calma
in buchi neri
di intimi desideri
materia necessaria
irraggiungibile
unica soluzione
per questo fuoco che arde
…
Non è difficile mettere a fuoco l’attraversamento stesso d’un dopoguerra che si stacca, naufraga nell’aura stessa e nel decantato culto dei suoi ermetismi, per riaversi – come da un brusco shock anafilattico – ed approdare a un lido di ricerca materica (e valse per la pittura, ma fondamentalmente anche per la letteratura), segnica, addirittura gestuale, che non poté non riguardare anche il Linguaggio, e, nella fattispecie, il “ripensamento” del modo e dello scopo precipuo del far versi… Nelle arti visive, si sa, i nomi sono quelli di Burri, Fautrier, Dubuffet, Tapies, Wols, Hartung, Michaux, Mathieu, Soulages, Vedova, Afro, Birolli, Capogrossi, e chi più ne ha più ne metta. Ma ora m’interessa e m’interesserebbe in qualche modo trasferire quella nozione e trasgressione di action painting, o di espressionismo astratto, anche nei casi e negli intenti della produzione lirica. D’una poesia, insomma, che dopo Eliot, Pound, dopo Montale, o Lorca, o Yeats, Auden, Ungaretti, Valéry, Rilke e Machado, smarriva canoni e programmi, stilemi e finanche fervori ispirativi: perdeva o forse licenziava, rinnegava il Sublime…
«La vita oscilla/tra il sublime e l’immondo/con qualche propensione per il secondo»… ammoniva il sarcasmo dell’ultimo Montale; il cui tormento escatologico, del resto, scimmiotta oramai (siamo nel ’76) la parodia d’una metafisica improponibile se non ex contrario, e che De Pasquale, con un suo titolo suggerirebbe per “specularità inversa”: «Si aprono venature pericolose/sulla crosta del mondo/è questione di anni o di secoli/e non riguarda solo la California/(ciò che parrebbe il minore dei guai/ perché il male degli altri non ci interessa)…»
Evaporata una certa fedeltà e misura poetica – al linguaggio stesso della lirica, al Contingente libero del fare poesia, non restava, e tutt’oggi non resta che riordinare le forze in campo, i gesti, la materia emotiva e poematica, corpo e psiche della Scrittura. Trentenne, giovane ma a suo modo esperto, derivato da una tradizione anche dell’avanguardia, della sperimentazione come endemica e autoctona al ‘900, e naturalmente proteso verso svariate e rinnovate soluzioni, Sante De Pasquale già dalla sua prima raccolta del ’97, appunto La specularità inversa, aveva teorizzato e praticato «una poesia in cui è assente la memoria o, per lo meno, latita e si cela» - questa l’acuta analisi di Paolo Ruffilli – «rientrando qualche volta all’improvviso per la finestra, in un participio passato o in un flash-back all’imperfetto»; ed istintito, con agilità e pazienza, ad attivare il «progetto segreto di salvare nella limpida misura delle parole l’evanescenza e la corruttibilità del mondo»…
Era ricca di un ossessivo, febbrile eppur razionale elenco emotivo, la sua dipanata e ciclotonica dichiarazione di poetica, indicibile ma millimetrica sensorialmente, lucida e controromantica, crudele come lo sguardo antiromanzesco d’un Robbe-Grillet, l’afasia omeopatica d’un giovane poeta tutto sommato entusiasta dei materici, auscultanti strumenti della modernità, e d’una poesia che echeggia egocentrica e allibita dopo le laiche moralità di Sereni, la severità di Fortini, le teatralizzazioni narrative di Pagliarini, i Fosfèni di Zanzotto, il Laborintus di Sanguineti e le Invasioni fertili e allucinate di Antonio Porta, i “lapsus” di Amelia Rosselli e l’Autobiologia di Giudici… Una poesia che cancella tutta se stessa nel mentre impara a scriversi, e fa tabula rasa insieme d’un secolo drammatico di Storia e d’un rito squisitamente, narcisisticamente intellettuale:
Voci lontane
entrano in me
il tempo langue
nella stanza vuota
sulle pareti
una scritta
diviene luce
colore
suono
ed il volo
nel flusso
si tramuta
in estasi
Due anni dopo – e a quest’età sono tanti! – Sante De pasquale ancora ci scrive da una stanza vuota che il suo Immaginario e il suo fervore poetico riempiono di introspezioni e di sguardi “speculari”:
osservavo nello specchio
antitesi sensazione
di me stesso
opposto relazione
in apparenti verità
nate dal medesimo seme
diverse ed accettate
…
Anche il paesaggio che lo circonda e lo frena, diventa una pura e rapita metafora, desolata e forte: «i confini del mio/nel viaggio scuro/attraverso strade interpoderali/che si srotolano/grezze/a tratti illuminate/da malfermi pali di cemento/dove finisce quella luce/principia l’alba/senza più stelle/senza più desideri/ragione nuova e sconosciuta/visitata mille volte/e mai capita.»
Raramente avevo letto un’icona psicanalitica, una scheggia di Realtà così consapevolmente immemore e sfiduciata di Futuro; ma tanto più moderna e mitridatizzata, vaccinata ad ogni rischio o idealità del 2000… Lo scenario, seppur domestico o forse solo interiore, s’ingigantisce a paradigma e diagramma dell’Io, fibrillazione del suo malessere e delle sue ribellioni, terapia improbabile quanto volitiva di “intersezioni” silenti:
perso nella solitudine
nel cubo
cosa successe
alle miriadi
attonite anime
solo la televisione
sa la verità
tu provi a pensare
ma come puoi conoscere
…
Nel terzo poemetto, Massenza allo stato liquido, De Pasquale sale sul “cavallo alato”, sul Pegaso ancora più nerboruto e indomito della sua fantasia per risalire e trasvolare «moltitudini/scoscese e vaste» e «parziali verità», un «quesito per la scienza» e un «avanguardia decadente»… Si confessa, il poeta, si denuda alla pagina, involontario piccolo errore d’una Babele innominabile e schizofrenica, come un romanzo od una pièce di Beckett: «libro costipato/nel mutare del mondo/struggente segnale/io incapace/mentre sbalordito/osservo/il mio unico/vero obiettivo/nel marasma cataclisma/di poveri valori.»
Con Sarajevo, che sigilla e chiude il volume, egli ritrova con un aspro guizzo e gesto di sensibilità, di rigore etico, il fiero monito della poesia civile; e come l’Ungaretti creaturale e dolente de L’allegria, si ritrova a dialogare e antropomorfizzare una pietra, una roccia che almeno s’infibra cuore:
…
piange la pietra
ruga inginocchiata
sguardo preghiera
speranze di dei lontani
…
È anche questo un ritorno progressista, una rimemorazione e un risalimento al ’900 da cui veniamo, che abbiamo attraversato – consapevoli o meno, in ombra e in luce rimate – da cui certo ripartiremo per un domani più fantasioso e ammaestrato. Ed è bello e poliedricamente armonioso che questo irrequieto Viaggio di De Pasquale al Termine della Notte, della alienazione d’un intero secolo, trovi come custode cromatico e visualizzato un artista non meno sorprendente ed eclettico quale Francesco Perilli (chi qui scrive, si precisa, non gli è minimamente imparentato!), capace di prestare e tradurre questi fervidi poemetti nelle Vertigini e Memorie materico-surreali, informali ma minuziosamente loquaci, d’un viaggio pittorico che fa il paio con questa energica, lungimirante panoramica d’un Io sensibile quanto sliricato, che, come egli stesso lo ha e si è ritratto, sorvola a bassissima quota «le superfici di vasti territori sconosciuti, fantastici, infiniti, dando così le spalle al cielo, all’universo, al vuoto». E quello che Perilli fa così fabulosamente con gli olii, i colori e le vernincisioni, Sante De Pasquale lo estroverte, affida e ridona ai versi:
sovrani
su cime lontane
ingannano col fuoco
l’innocenza del giusto
…
Plinio Perilli

Contact