dei corvi e delle spighe
Collana "il Gabbiere", edizioni Di Felice, direttore Sante De Pasquale
"dei corvi e delle spighe"
Antonio Camaioni
Dei corvi e delle spighe
Antonio Camaioni
| 13,00 € | pp. 168 | 12x20 | 978-88-97726-31-9 |
Poeta avventuriero e ribelle: proprio come Arthur Rimbaud, compie un viaggio in Africa che dura più di dieci anni. Poeta notturno: proprio come Dino Campana, è solingo nell’oscurità della notte, una notte che a volte preannuncia la chiarità coscienziale dell’alba, altre volte rimane intrappolata nei bagliori sfatti e fatiscenti di una vacua luminosità.
La scrittura di Camaioni scalfisce la materia antica dell’essente, alla ricerca degli sconfinati orizzonti di senso «in un martirio che figlia nonsenso». Essa si contrae nella sua essenza-presenza, il verso si verticalizza sotto la spinta embrionale di un grembo gravido di intuizioni, la parola diventa materia densa e corrosiva che fuoriesce da un’incandescenza viscerale e traboccante di luminosa penombra.
Dalla prefazione di Valeria Di Felice
Prefazione di Valeria Di Felice
Postfazione di Davide Argnani
Lettere inedite di Attilio Lolini, Andrea Zanzotto e Massimo Raffaeli
Pesaro, 22 agosto 2013
Carissimo Antonio,
sì, il mito della Poesia come innocenza perduta ci unisce; dopo tanti anni, mi pare di poter dire che, con questa tua antologia, tu hai centrato il tuo fuoco lirico, in una sequenza o quintessenza emozionante; ecco che tutti i frammenti, ordinati e ripuliti, come se dipingessero un ritratto, indicano come dalla lacerazione esca di continuo una provvisoria liberazione e salvazione; certo, il tratto della notte tormentosa e dell’alba agognata, la macerazione dell’anima che non si assolve, l’io che diventa noi, nei tratti più assoluti e morali, che sanno la distanza degli altri e la propria pecca originaria, ci guidano a quel commento, che già anni fa accennavo: testimone lacerato della propria anima, antinaturalismo e anti-impressionismo, nella scia di Rimbaud e di Campana, espressionismo lessicale e sintattico, aulicismi e strappi metrici, indici del conflitto interiore e di relazione; ma, oggi aggiungerei che il tratto più forte mi sembra la ripresa dell’uomo di pena ungarettiano, e la sua nuova risoluzione lirica, non più dentro l’osmosi della guerra mondiale, ma della matura crisi globale; così che Dei corvi e delle spighe risulta un canzoniere della ricerca di uno per tutti, un grido di coscienza, un perenne appello per il lettore a guardarsi e giudicarsi, nella sua indifferenza e nella sua solitudine chiusa…
Hai fatto un ottimo lavoro d’artista, hai composto e disposto in un terriccio ricco i tuoi fiori immolati, per il lavoro nuovo a venire, che ti auguro intenso e prodigo di frutti, con una vita meno sconvolta che in passato, e con tutte le nostre e nuove amicizie della stima umana e del testo, che credo ti darà molte soddisfazioni, con il mio abbraccio.
PS E complimenti per l’ottima edizione…
Gianni D’Elia
Antonio Camaioni, un poeta irregolare
Autore: Davide Nota
da com.l'unità
“E un uomo simile doveva nascere proprio in Italia, proprio nel paese dei letterati!” (Umberto Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere)
C’è un genere di poeta che l’Italia letteraria non riesce proprio a considerare. Si tratta del “poeta irregolare”, un tipo di trovatore che abita lontano dalle capitali universitarie e della critica, talvolta autodidatta o borderline, il cui battesimo alla parola sostanzialmente avviene non come un evento dell’erudizione ma come sete di capovolgimento della norma antropologica, in grado di generare magnetiche avventure e collisioni esistenziali sugli orli dell’abisso che si spalanca da ogni margine umano, da ogni “fondo della vita” (Colli) conoscibile solo per via sensoriale, a tutto corpo.
Antonio Camaioni, poeta abruzzese di Martinsicuro, periferia cementizia e marina della provincia di Teramo, appartiene a questa famiglia di poeti randagi e esperienziali (assieme al piemontese Beppe Mariano, il re degli irregolari, al romano Alfredo Sorani o tra i più giovani ad Augusto Amabili, poeta orfico e operaio di Ascoli Piceno).
La “poesia irregolare” non ha bisogno di grandi ricerche stilistiche. Essa abita la letteratura come un servo in rivolta, che scappa via con il cavallo del padrone e apprende da sé sorprendenti numeri di fuga. Ciò che importa è la meta raggiunta, non le cadute che la meta giustifica. Ma provate a farlo capire a un padrone! Impossibile. Egli continuerà a ridere di quella cavalcata non appropriata, secondo i canoni più aggiornati dell’equitazione; ma con un riso strozzato, quasi una smorfia di disprezzo e rabbia! E questa è in breve la storia della letteratura italiana.
Si tratta di un limite, di un grave limite a cui prima o poi, quando un nuovo Contini o Deleuze o Guattari o Pasolini o Roversi animeranno le nostre pagine culturali avvizzite dallo specialismo formalista dei post-avanguardisti come dal tedio parnassiano e baronale dei lirici, si dovrà pur porre rimedio. C’è tutto un capitolo di storia della poesia italiana da scrivere ex novo a partire dal riuso popolare (e anti-borghese) del canone, ma anche specularmente dall’idea scapigliata di un necessario disinteresse nei confronti della ricerca formale come consapevolezza del dissolvimento della concezione romantica dell’arte come mito civettuolo dell’originalità. Ai posteri la valutazione di questi appunti.
Antonio Camaioni ha da poco dato alle stampe il suo libro antologico, Dei corvi e delle spighe, per le belle e ben curate DiFelice Edizioni di Martinsicuro, comprendente tutta la sua produzione dal 1990 ad oggi: Parole che rodono (1990), Grucce d’oro (1993), Dei silenzi (1995), L’errante (1999) e Inadempiti. Ultimi frammenti (2013).
Da quel che ho capito, leggendo anche le note critiche, Camaioni ha svolto un lungo viaggio in Africa, lungo dieci anni, e adesso vive da poeta, cioè da puro fiore eretico, ai margini della sua piccola città, alla ricerca di “orli d’abissi, misteri / figlianti martirio”.
“E randagi, / quasi poeti”, scrive (salto di poesia in poesia, sfogliando il libro come un bambino), “Mancammo tutto, / fu tutto sempre altrove”, “le nostre menti / cardini stridenti / di porte aperte a enigmi antimaterici”, dentro “Le notti / ai triti bordi / di metropoli o necropoli”, “su greti arsi / greppi / di sonni / senza sogni”, come “gli erranti, partenti o tornanti / e mai giunti, mai evasi / dalle mura catenati / delle segrete, ignari / dei se stessi”, “sotto ponti o su sponde / d’impossibili approdi”, “nel presagio / che nessuna voce, che nessun annuncio…”.
C’è un sentimento di resa e avvitamento della vita che non parte né torna, e se parte non può arrivare, così se torna non può ritrovare. È “l’Eterno annoiato” dell’esistere che provoca la rima baciata del “conato” poetico. “In questa cella / dove tetto il vuoto / e mura cieche Storia, / in questa resa, che fingiamo attesa” Camaioni scopre, come Beppe Mariano, una condizione di prigionia universale la cui evasione, come nel sogno angelico che libera San Pietro nella Liberazione dipinta da Raffaello, è uno “sgorgo di canto non mio / che dal profondo del perduto erompe”, “cui non attingerò se non da ladro”.
La storia reale in cui si incarna questa teologia poetica è un paesaggio urbano, periferico e provinciale, di scorie e di abusi come correlativi di corpi e funzioni di “lucri – / gli affluenti cancerosi delle foci” dove “la maschera sovrana” “porge chimere ai miseri: chiodi alle loro croci”.
Non mito dunque del feticcio testuale, come abbaglio di evasione metafisica, né strumento freddo di comunicazione concettuale, ma rito fisiologico di trasfigurazione reale: “non è questo, / questo scabro testo / il modo e il mondo cui tese / e attende ancora d’essere”. La vita non serve la poesia, come per gli orfici. Ma neppure la poesia serve la vita, come per gli illuministi. Direi dunque così: la poesia serve la metamorfosi della vita e il suo continuo tradimento.
Questo concetto lo esprime molto bene Antonio Camaioni, il poeta di Martinsicuro, nel primo componimento della sezione L’errante: “Di certi suoi inchiostri torrenti / tu non puoi risalire / alle fonti // ma seguendone il corso / scoprire le fosche tue foci.”.
Buona lettura.

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