Canzoni del Vagabondo
PREFAZIONE A
CANZONI DEL VAGABONDO
DI SANTE DE PASQUALE
A cura di Valeria Di Felice
«La poesia non è un modo di esprimere un’opinione. È un canto che sale da una ferita sanguinante o da labbra sorridenti.» Condivido le parole di Kahlil Gibran, soprattutto laddove la poesia è messa in relazione non tanto con il lampeggiamento d’un pensiero astratto, quanto con il riverbero sonoro di un gorgo emotivo che si fa gravido di presagi come quelli contenuti nelle Canzoni del vagabondo di Sante De Pasquale. Sono i presagi di un’ispirazione militante, consacrata nell’emblema del viaggio e del mutamento, in grado di sollecitare e trasformare la forza indagatrice dell’essenza in prassi letteraria: canzoni, dunque, che costituiscono un tassello importante di tutto quel percorso letterario che in De Pasquale trova compimento in ciò che definisce POESOFIA, quale punto di congiunzione tra linguaggio immaginifico e procedere filosofico dell’ispirazione ultima.
Il canto del vagabondo, ora preghiera morbida e delicata, ora urlo straziante e concitato che si affida all’urgenza dell’intuizione, sottrae l’insipidità e l’acredine al miope orizzonte dell’uomo comune, e le trasforma alla luce di una nobiltà di veduta che abbraccia l’invisibile e accoglie le altezze, che penetra lo scibile e asseconda il fluire del divenire. La poesia diventa una marca di confine, una zona di margine, il tracciato di rotta che fa librare le parole in un’aura di rinnovamento, la soglia liminare che riconnette la vicenda umana al proprio immaginario, in sintonia con il respiro del poeta che si porta sin dentro l’ombra delle valli e delle selve. In questo senso, i versi dell’autore sono come un mantra recitato per superare e sconfiggere i suoi demoni interni ed esterni, che ne favorisce la meditazione. È un mantra pedagogico. È una sorta di amuleto contro l’angoscia, una cantilena apotropaica per garantire salvezza, liberazione, riscatto.
Alla base della poesia di Sante De Pasquale c’è una sorta di randagia instabilità interiore, un tormentoso vortice che fagocita e rimescola continuamente rabbia e rivalsa, solcando i sentieri del sogno e della follia estranei alla grande marcia del mondo. L’impronta poetica non è sigillo chiuso, amovibile, segregatore, ma vivo contrassegno dell’intimo pulsare dell’universo umano: ciò che conta è la rappresentazione di una densa corposità visiva e visionaria che reinventa, dilata e capovolge i passi erranti del poeta.
La figura del “poeta gabbiere” – suggestiva immagine che Sante De Pasquale propone nella sua seconda silloge La specularità inversa (1997) per mettere in luce la capacità del poeta di “vedere” prima degli altri, di anticipare la realtà diventando avanguardia di essa – ritorna anche in questa raccolta con una fisionomia ancora più dettagliata. Ora egli indossa le vesti di un viandante guerriero che, nel continuo peregrinare tra i meandri della sua immaginazione, procede a volte con passi lenti e scrutatori a volte con passi veloci e incitati, non scadendo mai nella fissità dell’inazione senza meta. Egli è portatore di un’assoluta attenzione alla vita che, restituendo al lettore l’immediatezza del dialogo con le creature della natura, si fa tramite di una visione integra e armonica dell’universo metaletterario, laddove ogni frattura individualistica si ricompone in una sostanziale e piena unità.
Ciò che muove “l’agire poetico” di Sante De Pasquale è la ribellione furente di un uomo che, non trovando forma di espressione nella consuetudine, intraprende una Via Altra che allenta la presa sulla superficie delle cose e si fa condottiero dissidente, fuori legge, che insegue il vessillo della libertà. Ed è proprio in questa momentanea messa al bando dalla città della significazione ordinaria, che inizia il viaggio della ricerca. Dunque agire poetico come Via che smaltisce la sbornia e che smorza l’anestesia soporifera di una condizione di inettitudine; agire poetico come pura capacità di divenire, pura forza, pura volontà, puro riconoscimento o disvelamento del vero individuale che non imprigiona giudizi totalizzanti e dittatoriali, verità prevaricatrici e arroganti, ma dirada progressivamente la nebulosa delle proprie insicurezze e chiarifica, rende sempre più limpida la propria “evidenza”: è nello scorrere libero e senza freni inibitori della sua energia creativa che il poeta guerriero e vagabondo ritrova il senso arcano della qualità, quel rivolo endogeno e sommerso, quel principio generativo e sovvertitore che solleva la polvere dei campi, fa scorrere il sangue e il sudore, sprigiona violenza e dirompenza. È la lotta quella che si annuncia al risveglio del demone battagliero che non ha nemici da sconfiggere, trofei da sbandierare, tranelli con cui ingannare: ha solo l’urlo anelante della libertà e del mutamento, e lo stendardo della vittoria sulla propria rabbia: «Sempre più curvato è il sentiero/ sempre più verde la distesa/ più rosso il cielo/ e le mie mani accarezzando le nuvole/ sentono forte la vita/ battere con leggere pulsazioni/ negli astri degli antichi/ e nella voce dell’uomo senza tempo.»
Pur trattandosi di un viaggio iniziatico che trasforma l’uomo comune in eroe, l’indole guerriera che permea le canzoni non è mitizzata, leggendaria: essa ha tutte le fattezze tipiche di un uomo che vive pienamente le sue prese emotive e passionali, un uomo che sa mostrare anche i suoi segni di debolezza e di fragilità. Anzi il suo punto di forza sta proprio nel non fuggire da essi, nel saper rielaborare e liberare magicamente le sue paure, la sua rabbia, le sue costrizioni dalle tenaglie della cecità. Ed ecco che le lacrime del guerriero hanno lo stesso potere delle gocce di pioggia che lavano e vivificano ritualmente terre inaridite e risarciscono il dolore, come se avessero un potere catartico. Il pianto del poeta guerriero è un atto di presenza che, al pari delle cascate d’acqua, del fluire dei ruscelli o della pioggia, unisce le altezze, risana le fratture, restituisce un’immagine armonica dell’uomo che conosce i moti dell’animo e lotta contro l’etica dell’autorepressione stoica e virile.
Nelle canzoni, il lettore si trova interposto tra le due ombre del poeta, in una visione non dicotomica e manichea del sé, ma interagente tra due ipotesi di esistenza che si riconoscono vicendevolmente e dischiudono la propria natura: l’Io insicuro ed embrionale, morbido e flessibile come un filo d’erba, che porta in sé la promessa di una crescita e il presagio di un viaggio ancora tutto da compiere, e l’Io consapevole e forte, maturo e fecondo come un albero frondoso, che ha propagato le sue estensioni nella vastità della ricerca e non teme la sua stessa imponenza. Le due ombre sono compresenze che non si escludono a vicenda, ma si compenetrano in un percorso circolare, nel quale il filo d’erba continua a germogliare e a incarnare il potenziale dell’albero frondoso, costituendone parte integrante della sua forza generatrice. I due aspetti si alternano senza respingersi, senza alcun giudizio di valore, quali facce di una medesima medaglia.
Nelle Canzoni del vagabondo, l’uomo si trova impigliato nelle maglie di una specularità inversa – tema caro all’autore – che intreccia e rimescola, in una complementarietà complice ed efficace, due elementi cardine della sua poetica: la natura che non sovrasta mai le sue creature ma si allea con esse nelle battaglie della vita, e il daimon del poeta, la sua energia, il suo soffio vitale, il suo talento, il suo potenziale espressivo.
Già nella prima canzone, sono contenute le promesse dell’intenzione poetica. È l’invocazione di una natura personificata che mostra tutte le fattezze di una spiritualità panteista e movimentata, che funge da innesco letterario che agogna l’incanto: l’incanto della conoscenza nitida e riappacificata, della visione lucida e chiarificatrice, del ritrovamento del sé autentico e rigenerato. Poesia, dunque, come spazio di attraversamento di altezza e profondità in cui il canto racconta di luoghi di frontiera e di tempi espansi, in cui la forza della logica sovvertitrice e dell’inusuale avventuriero si erge al di sopra della massa informe con i suoi vizi disumani e suoi idoli stentati. «Il fumo dei camini del tuo villaggio/ invade caotico la valle/ il rumore della tua civiltà oltraggia il canto delle sfere.» Con una reverenza quasi ieratica, il poeta prende le distanze dai riverberi di un villaggio viscoso e indifferenziato, in cui la realtà sembra brumosa, sfuggente, occultata, e ascolta con spirito gorgogliante il canto della ribellione: la ribellione del poeta che nasce dal rifiuto della resa incondizionata all’indistinto crogiuolo quotidiano e dal sentore della stupefacente ora/ che raschia muta il fondo/che sgretola ridente l’orgoglio/ di folle ignare e ansiose. Rivoluzionario eversivo, uomo della selva che non vive nella viscida vergogna della specie, nel branco senza testa, ma tra belve selvagge, singoli individui complici di una lotta che si fa esperienza archetipica di passaggio, dimensione obbligata per la liberazione. Alla stregua di un lupo, compagno fedele di mille battaglie, che vaga solitario nell’ingenua natura, il poeta stesso diventa l’antro simbolico in cui l’indomabilità portatrice di distruzione preannuncia la vittoria sull’ignominia e l’infamia, sull’apparenza e lo stereotipo. È la luce rigeneratrice che propaga le sue forze primigenie, il fine ultimo a cui viene levato il canto delle sfere.

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